Il vissuto dei bambini con autismo. “L’autistico di Schrödinger”

Il vissuto dei bambini con autismo viene spesso immaginato dai genitori che cercano di interpretare a loro modo le peculiarità dei loro figli. I quali  restano purtroppo  incapaci di comunicare il loro vissuto, in molti casi,  anche da adulti. Non così per il protagonista del libro “L’autistico di Schrödinger”: https://www.aliberticompagniaeditoriale.it/libro/9788893233163

L’inizio del libro autobiografico di Simonetta Chiandetti è simile a tanti altri: la descrizione di un bambino con un autismo tipico, molto grave.  Il bambino non dice una parola fino a 4 anni e ha comportamenti problema che mettono a dura prova la pazienza dei genitori. Poi la metamorfosi: un’evoluzione imprevedibilmente buona, che lo porta ad essere un brillante studente del liceo classico e a superare la maturità con il massimo dei voti proprio in italiano, la materia in cui si richiede la capacità di scrivere il proprio pensiero, ovvero la più alta e raffinata forma di comunicazione.

La madre ha approfittato di questa sua conquistata capacità per chiedere al figlio di scrivere di suo pugno la sua storia, cercando di andare con la memoria ai periodi bui, quando il suo comportamento creava grandi problemi a tutti color che gli stavano vicino, in modo da avere un riscontro diretto del suo sentire.
Credo che dobbiamo fare tesoro di questa testimonianza, che forse ci aiuta a comprendere anche i tanti bambini che non raggiungono mai la capacità di esternare i loro sentimenti.

AUTISTICO SOTTO COPERTURA

Bene, ora sapete la cronaca dei fatti: quello che nel corso di questi quasi diciotto anni hanno provato i miei genitori, tutti i sacrifici che hanno fatto per contribuire a rendermi ciò che sono oggi, ovvero una sorta di anello di congiunzione tra “normali” ed autistici, e tutti i fatti che hanno costruito la nostra storia. Storia che, a nostro parere, sarà resa ancora più interessante dal racconto del diretto interessato, ovvero io. Cosa si prova ad essere degli Asperger? Come ho affrontato tutti i miei progressi? Quali ostacoli ho incontrato? Insomma, spero di riuscire a rendere bene l’idea di come si viva l’autismo in prima persona

Purtroppo devo ammettere che non ricordo nulla degli anni precedenti alla scuola materna, quindi non potrò parlare in alcun modo di come ho vissuto le prime (ed assurde, ma questo lo sapete già) visite per capire quale problema avessi; per questo motivo inizierò con il raccontare qualcosa sulla scuola materna. Ho frequentato per tre anni un asilo a pochi passi dalla casa in cui vivevo allora (ad eccezione di qualche mese in cui ho cambiato asilo, ma di questo parlerò più avanti). Questo è un punto importante del mio racconto, perché la scuola materna è effettivamente stata la prima occasione in cui sono stato inserito in un contesto sociale formato da miei coetanei, e si sa che fare ciò per un Asperger può comportare grossi rischi e non pochi problemi. Ironia a parte, all’epoca non ero molto socievole e risultavo strano agli occhi degli altri bambini. Motivo? Tendevo ad isolarmi, a volte ripetevo le frasi dei cartoni animati a pappagallo in momenti in cui non c’entravano assolutamente nulla e usavo i giocattoli in maniera non appropriata. Fortunatamente gli altri bambini non davano peso a queste mie stranezze e quindi non prendevano le distanze, ma cercavano di giocare assieme a me. A volte riuscivano a coinvolgermi, nonostante non fossi la normalità fatta persona, ma spesso preferivo starmene per conto mio. Non sapevo perché lo facessi e non mi ponevo alcuna domanda vedendo gli altri tutti assieme e me da solo in disparte. Sentivo che andava bene così per me. Il momento più divertente che ho passato all’asilo assieme agli atri bambini (ripeto: a volte accettavo di giocare con loro) è stato uno degli ultimi giorni dell’ultimo anno: non ricordo il motivo, ma avevo portato un mini trattore a pedali che avevo a casa, e mi divertivo a portare in giro gli altri bambini, e a loro volta gli altri si divertivano ad essere portati in giro. Può sembrare un comune momento di gioco tra bambini, ma se si parla di soggetti Asperger come me (o comunque di autistici in generale) nessuna attività da persona normale può essere definita banale. Tornando a quel giorno, ricordo di essere stato davvero bene: sebbene non sentissi il bisogno di relazionarmi con qualcuno, sapere che altri bambini stavano bene in mia compagnia era una bella sensazione. Allora non sapevo il perché, a posteriori penso sia dovuto al fatto che molti Asperger, anziché non volere relazionarsi con le altre persone, non sappiano come fare, e che quindi si rifugino nel loro ristretto e contorto mondo. Penso che questo sia stato il mio caso. Quindi dovendo fare un bilancio degli anni dell’asilo dico questo: non ho formato amicizie durature, spesso mi estraniavo da tutto e da tutti, avevo interessi limitati e comportamenti anormali, però qualche bel momento assieme ai miei compagni di allora lo ricordo. Una menzione speciale va fatta alle maestre Paola e Laura. Me le ricordo ancora: gentilissime e sempre disponibili con me, nonostante fossi molto impegnativo, ed è grazie a loro che ogni tanto mi inserivo nelle attività con gli altri bambini. Me le ricordo molto perché cercavo figure di riferimento tra gli adulti, e fortunatamente loro erano sempre attente e presenti per me. Un’altra menzione speciale per quanto riguarda l’asilo la merita il cuoco Renato: andavo spesso a parlare con lui. Poveretto: non solo doveva lavorare, ma doveva anche sorbirsi una bella dose di pesantissimi discorsi da Asperger. Ma nonostante questo anche lui era sempre disponibile a parlare con me e non si stufava mai (o quantomeno non lo dava a vedere se succedeva) dei miei discorsi. Mi prese molto in simpatia. Sebbene tendessi ad isolarmi, non volevo privarmi totalmente della relazione con le altre persone. Il problema è che per noi Asperger relazionarsi è molto più complicato: siamo degli elefanti, e il mondo è la nostra cristalleria. Vorremmo relazionarci con gli altri, ma abbiamo dei canoni in ambito sociale che sono agli antipodi di quelli delle persone normali, quindi ci risulta difficile adeguarci alla normalità. Ed è stata proprio l’acquisizione di comportamenti normali che mi ha salvato dal baratro e con l’andare avanti nel mio racconto capirete bene i miglioramenti. Concludo dunque la parte riguardante l’asilo parlando dei pochi mesi in cui non ho frequentato l’istituto di cui ho appena parlato, ma un altro. La farò semplice: maestre non dico cattive, ma meno predisposte nei confronti di un bambino tanto particolare, che non sono riuscite a farlo inserire bene in quel contesto. Inutile dire che mi sono trovato malissimo, e così anche i miei genitori, che mi rimisero nuovamente nel vecchio asilo.

Arrivò così il tempo delle scuole elementari. Nel frattempo mi ero trasferito, quindi mi iscrissero nella scuola che si trova nel paese in cui tuttora abito. Ci furono molte novità in quel periodo: nuova scuola, trasloco, nuovi compagni e nuove maestre, tra cui quella di sostegno. Esattamente: alle elementari mi fu assegnata la maestra di sostegno. Questo perché mi era appena stata diagnosticata la sindrome di Asperger, e di conseguenza necessitavo di alcune figure particolari che mi seguissero in orario scolastico ed extrascolastico. Lo dico subito, le elementari non furono un bel periodo: le stereotipie erano aumentate, e quindi agli occhi degli altri bambini sembravo ancora meno normale di quanto lo fossi all’asilo. Cosa comportò questo? Semplice: essere emarginato. Ma ci arrivo per passi. Ricordo ancora il mio primo giorno delle elementari: tutti i bambini con una risma di carta sul banco, che ascoltavano le maestre presentarsi mentre tutti i genitori assistevano vigili dietro. Sentii subito la differenza tra scuola e asilo: anziché giocare liberamente bisognava seguire le lezioni. Sì, una cosa normalissima, lo so. Peccato che non riuscissi a stare fermo: giravo per la classe urlando e creando scompiglio. Fu proprio alle elementari che toccai il fondo. Assumevo comportamenti sempre più strani, sempre più stereotipie, interessi sempre più ristretti e così via. Ma fino alla seconda elementare non mi feci alcuna domanda. Non mi vedevo diverso, e pensavo che comportarmi così fosse normale. Non capivo però alcune cose: ad esempio perché ci fosse una maestra che mi seguiva costantemente e, una cosa che mi dava molto fastidio, perché questa maestra (appunto quella di sostegno) dovesse documentare alcune mie azioni particolari con una macchina fotografica. A proposito di quella macchina fotografica mi ricordo un episodio in particolare: feci un dispetto ad una mia compagna di classe appoggiandole la colla sulla manica. Fui ripreso dalle maestre e pensai che quello bastasse, ma no: dovetti riappoggiare la colla sulla sua manica mentre la maestra di sostegno mi fotografava. Più avanti capii che quella macchina fotografica serviva a documentare i miei comportamenti “autistici” e i miei miglioramenti, tra cui i miei momenti di interazione con i compagni. Quella volta era una semplice scocciatura di cui non capivo il motivo. Il momento in cui capii che c’era qualcosa che non andava in me fu in seconda elementare: durante una ricreazione una mia compagna di classe mi chiese: “ma tu sei quello malato?”. La mia risposta fu: “ma non ho la febbre”. Sì, pensavo veramente che si riferisse a quel genere di malattia, e la cosa mi faceva ridere. A casa lo raccontai a mia madre, convinto ancora che quella domanda avesse a che fare con l’influenza. Ecco: la mia prima credenza infantile distrutta non fu scoprire che Babbo Natale non esiste, ma sentirsi dire da mia madre che non ero normale. Ovviamente non me lo disse così crudelmente. Mi spiegò che avevo questa “cosa”, chiamata autismo, che faceva sì che mi comportassi in maniera “diversa” dagli altri bambini. Mi disse anche che le maestre di sostegno (in seconda elementare c’era la maestra Amaranta, ma per gli altri quattro anni ho avuto la maestra Stefania) mi seguivano per aiutarmi a comportarmi bene. Ma questo non bastò a farmi capire cosa significasse comportarsi da bambino normale, e quali fossero le differenze con il comportarsi da bambino autistico. Tutto sommato andavo molto bene a scuola e non avevo problemi a comprendere gli argomenti di studio (alla faccia del ritardo mentale che avrei dovuto avere!). Ma nonostante questo iniziai a vedere che qualcosa non andava: in cinque anni sono stato invitato ad una decina di feste di compleanno al massimo (e facendo due calcoli, visto che in classe eravamo all’incirca una ventina, di feste di compleanno ce ne devono essere state molte di più), non tutti mi volevano vicino visti i miei comportamenti e qualcuno iniziava a chiamarmi “autistico”. A proposito degli inviti alle feste di compleanno voglio raccontare questo piccolo aneddoto: una mia compagna di classe stava distribuendo gli inviti alla sua festa, e diede a tutti un biglietto tranne che a me. E me lo disse fieramente: “A te no!”. Ma grazie cara. Ricordo anche la prima volta che  accadde che litigando con un mio compagno di classe per futili motivi mi urlò, in tono dispregiativo: “autistico!”. Fu in terza elementare. Capii che si riferiva al problema di cui parlava mia madre. C’è anche un altro fatto di cui parlare: le lettere recapitate ai miei e ad i genitori di un altro mio compagno di classe. Il bello è che quelle lettere le lessi, ma ovviamente non capii il loro vero scopo inizialmente. Vedevo solo mia madre turbata da queste lettere anonime che provenivano da alcuni genitori. Voi dovete pensare che molti dei ragionamenti che sto facendo ora non ero in grado di farli all’epoca: quindi non potevo capire che evidentemente per alcuni genitori ero “il male” che i loro figli, avvelenati da queste supposizioni, mi evitavano come la peste. Voi dovete pensare ad un bambino che si vede ignorato da molti (attenzione: molti, non tutti, per fortuna) per motivi di cui non è a conoscenza. Ed è ancora peggio: ti vedi ignorato e non sai perché, non sai cosa cambiare di te. Però questo contribuì ad aumentare la mia voglia di avere degli amici e di giocare con i miei coetanei. La mia situazione con gli altri bambini era questa; ora però c’è da parlare delle figure adulte che mi hanno seguito, e vorrei partire  dalle due maestre di sostegno che ho avuto nel corso di quei cinque anni che ho citato prima: S. ed A.. Di loro non posso non parlare bene, dato che hanno saputo seguirmi in modo oserei dire magistrale, Stefania in modo particolare, facendo l’unica cosa che era necessario fare: cercare di insegnare ad adeguarmi alla realtà circostante, seguendomi costantemente passo dopo passo. Questo è mancato alle altre maestre: la comprensione del fatto che avessi bisogno di un trattamento speciale, che di fatto non avvenne, colpa della loro inesperienza con bambini autistici. Probabilmente ho avuto tutto ciò solo dalle maestre di sostegno dato che erano specializzate in questo, ma credo che un po’ di aiuto dalle altre maestre avrebbe giovato ulteriormente, ma non posso fargliene una colpa totale (sì, in certi aspetti sono più indulgente di mia madre): la loro non era cattiveria, solamente inesperienza. Questo ora mi fa riflettere sul fatto che tutti gli insegnanti, in presenza di alunni autistici, dovrebbero venir loro incontro, rapportandosi nel modo corretto con questi particolari soggetti, ma purtroppo molto spesso non accade, come ho provato su me stesso. Dovrebbero essere tutte delle maestre Stefania, e a proposito di lei colgo l’occasione per ringraziarla ancora per il lavoro svolto nei miei confronti, per avermi seguito così costantemente nel mio percorso scolastico, permettendomi, nonostante il clima di emarginazione generale, di farmi qualche amico e di migliorare il mio comportamento. Anche questa mia riconoscenza nei suoi confronti dovrebbe far riflettere su come il comportamento delle figure adulte di riferimento influisca sullo sviluppo dei soggetti autistici come me. Non aveva bisogno di particolari strategie: le bastava farmi vedere come si facesse una determinata cosa, e io imparavo per imitazione. Davvero una splendida persona, a cui sarò sempre legato e il cui aiuto non potrò mai dimenticare. Altra persona che è doveroso citare parlando del mio percorso alle elementari è Alessandro, ovvero l’educatore che mi seguiva in orario extrascolastico. Al primo impatto con lui ho “sfoggiato” tutto il mio autismo: la sera prima mia madre mi aveva detto che un ragazzo (all’epoca aveva ventiquattro anni) mi sarebbe venuto a prendere a scuola, mi avrebbe accompagnato a casa e mi avrebbe tenuto compagnia fino a quando lei non sarebbe tornata a casa. Ovviamente lo scopo era quello di fare delle attività insieme. Credete che abbia potuto fare il ragionamento necessario per capirlo? Ma ovvio che no. Risultato? Io che guardo la tv sul divano senza minimamente curarmi della sua presenza. Poveretto. Ci volle mia madre per farmi capire che lui era lì per giocare con me e non per sorvegliarmi. Ok, capito: a cominciare dalla volta successiva iniziammo, ogni volta che mi accompagnava a casa, ad interagire mediante dei giochi, in particolar modo gli scacchi ed il poker. Quelle attività mi aiutarono molto a sviluppare delle capacità ma soprattutto il rispetto di regole determinate, che in quel caso erano le regole dei giochi: autistico o normale, le regole degli scacchi sono sempre quelle, e ciò mi aiutò molto, anche se non subito, a sviluppare la tendenza a rispettare determinati canoni, che di solito un autistico non si preoccupa molto di seguire. E’ un concetto non facile da spiegare e tantomeno da afferrare; spero comunque che abbiate capito. Queste sono state le elementari: non ho un bel ricordo di quei cinque anni, vista la scarsa inclusione che ho avuto all’interno della classe ed il livello a cui erano arrivati i miei problemi (stereotipie e tutto il resto). Nell’ultimo periodo della quinta però qualcosa era migliorato: stavano iniziando a scomparire alcune stereotipie gestuali, ma la vera svolta arrivò con l’inizio delle scuole medie.

Già, le scuole medie segnano un periodo di svolta per quanto riguarda la mia storia. La prima settimana delle medie fu una via di mezzo tra manifestazione della mia patologia e paura di come i nuovi compagni mi avrebbero accolto: tutti i giorni me ne stetti in disparte, senza parlare con nessuno e senza pormi il problema di farlo. Insomma, un Asperger da manuale. Poi però qualcosa è cambiato: un giorno i miei nuovi compagni mi chiesero: “Hey, perché te ne stai lì tutto solo?”. In quel momento ci ho messo un po’ a capire che loro del mio problema non sapevano nulla, dato che io ed i miei genitori avevamo deciso di mantenere la massima riservatezza su quella faccenda, ma una volta appurato ciò mi dissi: “Ok, loro pensano che tu sia normale; comportati da normale, non fare stupidaggini e vedrai che passerai inosservato!”. Già, inizialmente l’obbiettivo era quello di passare inosservato: un obbiettivo molto poco lungimirante, ma visto quello che era successo alle elementari avevo le mie ragioni a mirare così in basso. C’era però un problema, o per meglio dire un grande dilemma al quale dovetti trovare risposta: ma le persone normali, esattamente, come si comportano? Qui è necessario aprire una parentesi: si dice che gli autistici non sappiano apprendere attraverso l’imitazione. Magari sarò un caso isolato, ma fu proprio l’imitazione a salvarmi. Al primo impatto con i nuovi compagni mi limitai a rispondere alle loro domande e a farmi trasportare da quello che dicevano loro, senza uscire dagli argomenti delle conversazioni partendo per la tangente con i discorsi fuori luogo e ripetitivi tipici di un Asperger. Sapevo più o meno le risposte che si davano comunemente quando venivano dette certe frasi, avendole comunque sentite. Anziché partecipare ad una conversazione stavo come costruendo un puzzle, fatto di frasi molto di circostanza ma che comunque erano corrette, tutto questo dalla mia paura di essere scoperto. Andò bene, e ciò mi permise di inserirmi all’interno della nuova classe; certo, non ero il più socievole di tutti, per ovvie ragioni, ma non si può neanche dire che fossi un emarginato, per mia od altrui volontà. Per utilizzare un aggettivo a me caro, si può dire che per la prima volta nella mia vita potevo essere definito normale, e fa strano pensarlo, visto che dall’autismo e dalle patologie collegate non si può guarire; tutto d’un tratto le stereotipie e gli altri comportamenti autistici scomparvero. Miracolo divino? No, ovvio che no, anche se precisamente non saprei dire quale sia stata la causa di questo repentino cambiamento; o, per meglio dire, se sia stato tutto merito delle abilità acquisite per imitazione. E grazie a questa inaspettata metamorfosi passò il primo anno delle scuole medie, che dal punto di vista prettamente accademico passai senza problemi e con voti molto buoni. Apro una breve parentesi sugli insegnanti di sostegno delle medie, che mi sono stati assegnati per tutti e tre gli anni: il primo anno  erano due, poi dal secondo anno uno solo, anzi una sola, che poi mi ha accompagnato fino alla fine della terza. A quanto pare sono molto fortunato con gli educatori e soprattutto con gli insegnanti di sostegno: infatti, come avrò per sempre un ottimo ricordo delle maestre di sostegno delle elementari, così lo avrò dei professori delle medie. Non solo di quelli di sostegno, ma affrontiamo un argomento alla volta. Come ho detto, di professori di sostegno alle medie ne ho avuti tre, e posso dire anche di loro che nei miei confronti si sono dimostrati sin da subito molto ben disposti e competenti. Qui però sorge un leggero problemino: ho avuto modo di verificare la loro competenza soprattutto nei confronti di altri ragazzi della classe, che sebbene non avessero patologie, avevano più bisogno di sostegno di quanto ne avessi io; e per io intendo il nuovo io, quello che sono oggi e l’unico io che voglio riconoscere dopo tutto quello che ho passato per colpa di questa sindrome e di ciò che comporta, anche a livello di immagine e reputazione nei confronti dei coetanei. Il primo anno come compagno di classe ho avuto un ragazzo senegalese, che ha avuto più difficoltà di me nell’inserimento nella nuova classe, e che è stato molto aiutato dai due insegnanti di sostegno, venendo però bocciato a fine anno. Un altro ragazzo che è stato aiutato perché aveva delle difficoltà con la scuola in generale e, siccome era molto ingenuo e anche un po’ tonto (non prendetemi per una brutta persona, mi stava abbastanza simpatico anche senza che facesse i suoi teatrini), veniva spesso considerato come “giullare di corte”, ovvero faceva di proposito il pagliaccio per far ridere gli altri. Con questo non voglio dire che non abbiano lavorato per me: il loro piano era proprio quello di inserirmi nel gruppo trattandomi come una persona normale, lavorando dunque sotto traccia, anche a fronte del netto miglioramento che era appena avvenuto. Questo modus operandi ha non solo fatto in modo che nessuno venisse a sapere del mio problema, ma mi ha anche reso più autonomo nel contesto scolastico e nel contesto sociale. Quello andava fatto e quello è stato fatto. Riassumendo il tutto: i professori di sostegno mi hanno solamente accompagnato in quei tre anni, allo stesso modo di come hanno fatto con gran parte degli alunni di quella classe, dandomi ogni tanto delle piccole dritte e dei piccoli consigli, che possiamo definire ordinaria amministrazione per qualsiasi professore (quantomeno quelli competenti e premurosi nei confronti dei loro alunni). Questo però non toglie che con loro non abbia instaurato un bel rapporto, anzi: alle medie avevo imparato a socializzare non solo con i miei coetanei, ma anche con i professori (ovviamente preferivo stare con gli altri ragazzi), o quantomeno con la maggior parte di loro, e devo ammettere, con il cuore in mano, che anche loro hanno contribuito molto a farmi maturare nel corso di quegli anni. Motivo? Ci seguivano come persone allo stesso modo di come ci seguivano come studenti. Detto più semplicemente: ci tenevano particolarmente alle persone che saremmo diventati crescendo, tant’è che per loro era importante tanto quanto il nostro rendimento nelle loro discipline. In questo la professoressa di matematica e scienze è stata la migliore. All’interno del programma scolastico c’erano due ore alla settimana di cosiddetto “laboratorio”, assegnate a questa professoressa ed a quella di storia, geografia ed italiano. Per laboratorio non intendo laboratorio scientifico. Anzi, nessuno intendeva nulla per “laboratorio”: erano due ore destinate ad attività extracurricolari che i docenti a cui venivano assegnate decidevano come spendere. Per tutti e tre gli anni abbiamo speso quelle ore per guardare film, parlare di argomenti di attualità e, ogni tanto, ci davano delle vere e proprie lezioni di vita, e questo ci ha veramente aiutati a crescere come persone. Un’altra esperienza è stata quella di far parte per due anni di un centro di aggregazione giovanile, gestito dal mio comune di residenza. In questo centro c’erano vari ragazzi con varie difficoltà, e lì si svolgevano dei semplici giochi di società. Quel centro era stato fatto apposta per permettere a dei ragazzi con difficoltà nell’inserirsi tra i coetanei e di socializzare. Sebbene mi divertissi molto lì, va detto che grazie ai miei progressi ho iniziato a non necessitarne più, anche se ci ho messo un po’ per abbandonare totalmente quell’attività. E’ stata anch’essa una bella esperienza. Tornando al racconto: passato molto bene il primo anno, iniziò il secondo, ovvero l’anno in cui ho raggiunto il mio apice. “Come mai?” vi chiederete voi. Un giorno, all’entrata in classe, abbiamo notato sulla cattedra una strana scatola in cartone. Inizialmente non ci abbiamo fatto molto caso; sono stati i professori a dirci che quel giorno si sarebbero tenute in ogni classe di quell’istituto (quindi elementari e medie, essendo un istituto comprensivo) le elezioni per il consiglio comunale dei ragazzi. Il consiglio comunale dei ragazzi ha la stessa composizione di un normale consiglio comunale, è formato da un membro per ogni classe quarta e quinta elementare e prima e seconda media dell’istituto e ha la funzione di proporre dei progetti utili per i giovani. Ebbene, quel giorno si sono tenute le elezioni. Mi sono candidato non solo perché mi sembrava un’esperienza interessante, ma anche perché la vedevo come una sorta di rivalsa personale: mettermi in gioco per rappresentare i miei compagni di classe e sentire di avere la loro fiducia in questo campo sarebbe stata per me un’emozione fantastica, tutte cose che poco tempo prima non avrei potuto fare. Quel giorno sono stato eletto rappresentante in consiglio; iniziava così il periodo che ancora oggi considero il mio apice. Ma non mi sono accontentato di essere un semplice consigliere: a quel punto volevo tentare di diventare pure il Sindaco dei ragazzi. Ma questo non toglie che non fossi felice, visto che era già un bel traguardo. Pensavo però che non sarebbe mai successo, che già essere arrivato a quel punto fosse uno schiaffo in faccia abbastanza forte al destino che mi ha voluto far nascere con tante difficoltà, eppure mi sbagliavo: durante la seconda riunione del C.C.R. (Consiglio Comunale dei Ragazzi), quella in cui è stata nominata la nostra giunta, sono stato eletto sindaco, e con non pochi voti. Da quel giorno, oltre alla scuola ed agli amici che nel frattempo avevo iniziato a frequentare, la mia routine comprendeva anche l’essere sindaco dei ragazzi, il che comportava riunioni con il C.C.R., portare avanti i progetti che avevamo deciso di coltivare e, soprattutto, presenziare con dei discorsi in alcune occasioni, prima fra tutte la commemorazione di una famiglia uccisa durante un eccidio nazista durante la seconda guerra mondiale in occasione della festa della repubblica del 2 Giugno. Quella per me è stata la definitiva vittoria sulla mia malattia, se così possiamo chiamarla, dato che non si può guarire dalla sindrome di Asperger. Eppure è così: vedendo la mia condizione prima di iniziare le medie mai mi sarei aspettato di arrivare a sconfiggere le stereotipie (gestuali e verbali), mai mi sarei aspettato di integrarmi così bene in mezzo a dei coetanei, senza essere lasciato in disparte, e soprattutto mai mi sarei aspettato di poter intraprendere un’esperienza così bella che richiede di stare in mezzo a molte persone e parlare in pubblico, anche in occasioni di celebrazione, come ad esempio la festa della Repubblica; tutte cose abbastanza difficili per un Asperger, e soprattutto per me viste le mie condizioni di partenza. Eppure ce l’ho fatta: ora, anche se non lo sarò mai al cento per cento, posso dire di essere come gli altri, di essere un ragazzo normale che vive una vita normale, ordinaria amministrazione per tutti ma straordinario traguardo per me. Quelli delle medie sono stati tre anni davvero fantastici sotto ogni aspetto, da quello relazionale a quello scolastico. Relazionale perché mi sono fatto parecchi amici, con cui ho avuto un bel rapporto e che ora, purtroppo, ho perso di vista a causa del cambio di scuola, e che mi hanno fatto sperimentare per la prima volta cosa volesse dire avere degli amici con cui relazionarmi in maniera normale. Scolastico perché sono uscito dalle medie con in mano un bel nove come voto finale, anche se di questo non c’è molto da stupirsi, essendo gli Asperger dotati di buone capacità intellettive. La perla dei miei esami di terza media è stato il tema di italiano: ho scelto la traccia che chiedeva di fare un resoconto dei tre anni di scuola media; ho scritto tutti i miei progressi personali, mettendomi a confronto con il mio io di prima, un po’ come sto facendo ora in questo libro. Quella è stata la prima volta che ho messo nero su bianco i miei progressi, ed è stata anche la prima volta in cui mi sono fermato attentamente a pensare a ciò che ero ed a ciò che sono diventato; prima di allora ci avevo fatto pochissimo caso. Quel tema mi ha dato molta soddisfazione, mi ha dato la sicurezza che il mio passato era ormai lontano da me e mi ha dato la consapevolezza di ciò che mi  era successo. Ero ufficialmente pronto per il gradino successivo: le superiori. Ma prima di parlarne, vorrei spendere ancora un po’ di parole per i dovuti ringraziamenti, che farò il più velocemente possibile, dato che per farli come si deve non mi basterebbe un intero capitolo. Questo perché, così come ho meriti io stesso grazie al mio impegno, così li hanno tutte le persone che mi hanno affiancato in quei tre anni: i miei genitori, che nonostante gli fosse capitata la disgrazia di avere un figlio con tutti quei problemi (disgrazia perché abbatterebbe chiunque, anche i più forti di carattere) non hanno mai perso la speranza con me e mi hanno sempre sostenuto in tutto; i professori di sostegno, che hanno fatto un ottimo lavoro nell’inserirmi nella nuova classe senza dare nell’occhio; i professori ordinari, in particolare la professoressa di matematica e scienze e quella di italiano e storia, che non solo mi hanno insegnato le loro materie alla perfezione, ma mi hanno anche fatto crescere molto come persona; infine i miei compagni di classe di allora e amici, che mi hanno fatto provare le emozioni dei rapporti umani tra coetanei, cosa comunissima ma che non avevo mai potuto provare prima.

Come ho già detto, sono uscito dagli esami di terza media con un bel nove, visto che a scuola andavo molto bene. Quindi, a fronte di ciò, ho scelto una scuola che potesse valorizzare queste mie capacità, e quindi mi sono iscritto al liceo classico. Sì, lo possiamo dire: è stata una scelta molto da sbruffone. Ma non ho scelto il classico solo per quello: volevo anche un ambiente che fosse il più tranquillo ed il meno affollato possibile, in modo da poter evitare eventuali problemi con ragazzi troppo esuberanti. Ora che sono arrivato in quarta senza perdere un anno (anche se con qualche difficoltà, di cui parlerò più avanti) vorrei mandare un grande saluto a quei fenomeni che, da grandi pionieri della neuropsichiatria quali sono (mi sto riferendo ai neuropsichiatri che mi hanno seguito quando ero bambino), hanno affermato con assoluta certezza che non avrei mai parlato e non sarei mai riuscito a finire le scuole dell’obbligo, neanche in una scuola professionale. Detto questo, la scelta del liceo classico è stata la peggiore che abbia mai fatto, anche se, devo dire, è stata comunque più azzeccata della scelta della professione compiuta dai fenomeni sopracitati. Con questo non voglio dire che il liceo classico sia una scuola pessima, anzi, se apprezzata è un’ottima scuola; dico solo che bisogna avere un tipo di mente portato all’astrazione e allo studio puro, con pochissima applicazione delle nozioni, che è tutto il contrario della mia. Capirete meglio più avanti, ora parto con i racconti dall’inizio. E iniziamo subito con dei dejavù: prima ancora di iniziare, mia madre andò a parlare con il preside della scuola, per introdurre il mio caso e rassicurarli, spiegandogli che nonostante la mia diagnosi non avevo problemi particolari e non necessitavo di insegnanti di sostegno (esattamente, dalla prima superiore ho smesso di essere seguito da insegnanti di sostegno). L’obbiettivo era di rassicurare il preside, il risultato è stato questo: lui, ignorati completamente i minuscoli (si fa per dire) dettagli “nessun evidente problema” e “non necessita del sostegno”, si concentrò su “sindrome di Asperger”, dicendo che quella non è una scuola adatta a persone con disabilità come la mia, che avrei dovuto scegliere una scuola professionale e che gli insegnanti non sarebbero stati ben disposti nei miei confronti. A me ha fatto tornare alla mente sensazioni che avevo già vissuto alle elementari; per fortuna l’unico ad aver fatto queste infelici uscite è stato il preside. Chissà se mi ha pensato, vedendomi promosso i primi due anni con una buona pagella, o se la mia “normalità” gli ha fatto completamente dimenticare che la sua perfetta scuola era stata imbrattata dalla presenza di un Asperger. Quale disonore ha dovuto patire, povero uomo. Dopo questa sfortunata esperienza, iniziarono ufficialmente le superiori. Dal punto di vista scolastico ho veramente poco da dire sui primi due anni: inizialmente ho avuto difficoltà col greco, che però ho superato, e ciò mi ha permesso di essere promosso con discreti voti a giugno sia in prima che in seconda. Dal punto di vista umano, devo dire che quella scuola, fin da subito, mi ha fatto assaporare la vita vera: con alcune persone vai d’accordo, altre invece non riesci proprio a sopportarle. Insomma, grazie a quella scuola, ho imparato che non tutto è rose e fiori. Per quanto riguarda i professori il discorso è complicato: se uno di loro non mi va a genio, la sua materia tende a non piacermi più, e quando una materia non mi piace io tendo a trascurarla. Lo so, è un discorso sbagliatissimo, ma purtroppo è così: resto pur sempre un Asperger, e quindi tendo molto ad essere testardo e selettivo. Detto questo, devo comunque ammettere che con i professori che mi sono capitati alle superiori, fatta eccezione per alcuni elementi, sono stato molto fortunato. Per esempio le due professoresse di latino e greco, una purtroppo avuta solo per due anni: grazie a loro queste materie, a parte greco inizialmente, che sono le più difficili insegnate al liceo classico, non mi hanno mai creato problemi; anzi, latino è la mia materia preferita, assieme ad inglese e scienze. Altre due professoresse che apprezzo tantissimo sono appunto quelle di inglese e di scienze. Che caso. I motivi di questi miei apprezzamenti sono vari. Per quanto riguarda la professoressa che tuttora mi insegna latino e greco, i motivi sono i seguenti: è molto tranquilla, raramente si scompone e per la rilassatezza con cui si pone, sia agli studenti che al mondo in generale, è diventata per tutti un vero e proprio idolo. Inoltre le materie che insegna le conosce molto bene e le sa anche spiegare molto bene, senza caricare di eccessivi impegni gli studenti, consapevole della durezza della scuola. Anche la professoressa di latino dei primi due anni l’ho molto apprezzata per la tranquillità con cui si poneva, per la sua compostezza e per la sua competenza. Molto simile a quella di latino e greco che ancora insegna nella mia classe è quella di scienze, anch’essa divenuta un idolo per la sua rilassatezza nei confronti di tutto. Un’altra caratteristica che la distingue, oltre ad essere brava a spiegare e a conoscere bene la sua materia, è il fatto di riuscire ad instaurare un ottimo rapporto con i suoi studenti, un rapporto che potrei definire di amicizia. Non è infatti raro che qualche studente si confidi con lei, le racconti qualcosa di personale, serio o divertente che sia, e cerchi qualche consiglio da lei. Nonostante sia prossima alla pensione, è una donna dal carattere molto giovanile, e proprio per questo viene apprezzata anche umanamente. Parlare con lei del più e del meno, nonostante resti una professoressa, risulta semplicissimo. Per quanto riguarda infine quella di inglese, le qualità che vale la pena di menzionare sono tre: la pacatezza nel porsi con gli studenti, la premurosità e soprattutto il sapersi adattare ai suoi studenti nelle spiegazioni. Lei infatti è stata l’unica professoressa delle superiori disposta ad adattarsi agli studenti con il suo modo di spiegare e di porsi durante le interrogazioni. Tornando al racconto, il terzo anno, dal punto di vista scolastico, è stato un vero e proprio disastro. Le cause di questo disastro sono state molteplici: nuove materie che non mi sono mai andate giù, come la filosofia e la letteratura, e soprattutto vedere mia madre giorno dopo giorno rovinata sempre di più dall’attività commerciale che aveva deciso di aprire e vedere mio padre messo sempre peggio con i suoi problemi di salute alla schiena. Tutti questi fattori, uniti alla mia già poca voglia di fare e al mio scarso gradimento nei confronti del percorso di studi, mi annichilirono quasi completamente, tant’è che sono stato rimandato a settembre in tre materie per poi venire promosso per il rotto della cuffia. Due delle materie in cui sono stato rimandato quell’anno sono state appunto letteratura e filosofia. Prima ho detto che odio le materie troppo astratte e senza fini pratici ricordate? Ecco, queste due materie sono l’esempio più lampante di quella che è sì cultura, ma che io non riesco a vedere in altro modo se non fine a se stessa, filosofia in particolare, materia che richiede molto impegno per riuscire ad essere compresa (e una volta compresa spesso ci si chiede il senso di aver fatto così tanta fatica per nulla). Qui entra in gioco la mente degli Asperger, legata alla praticità ed alla concretezza e non molto portata ad astrusi ragionamenti astratti, caratteristici della filosofia; ragionamenti tra l’altro molto lontani dal mondo reale. Sarò forse limitato io, ma questa è una materia che non riesco proprio a sopportare, così come letteratura, sempre per il fatto di essere fine a se stessa. Lo so, sebbene le trovi materie inutili, non sono esentato dal doverle studiare, ma purtroppo il mio carattere è fatto così, anche se ultimamente in filosofia mi sto riprendendo. L’altra materia in cui sono stato rimandato l’anno scorso è invece matematica. Sembra strano da credere, ma è così. Dall’essere la materia in cui andavo meglio alle medie ad essere una di quelle in cui vado peggio, ma penso sia il tipo di scuola che porti a questi livelli in matematica, essendo una materia molto trascurata. E questo mi fa rabbia, perché mi fa realizzare che questa è stata una scuola non adatta a me, ma non per la difficoltà, ma proprio per la sua impostazione. A posteriori, un liceo scientifico o un istituto tecnico commerciale (e non un professionale come sostengono alcune grandi menti di cui abbiamo già parlato) probabilmente sarebbero stati due indirizzi più appropriati, che mi avrebbero permesso di non perdere lucidità con la matematica e con i numeri. Ripeto, il classico è una buonissima scuola, se si apprezza la sua impostazione. Tornando a me, la quarta è stata molto simile alla terza, se non peggio, per quanto riguarda i risultati, anche se adesso stanno migliorando, grazie ad un clima più sereno in famiglia dove gran parte dei problemi che si erano venuti a creare sembra si stiano risolvendo; resta solo da sperare il meglio per la salute di mio padre. Rimane ora da analizzare un ultimo punto: come mi relaziono ora con i miei coetanei? Questo è l’aspetto che interessa di più quando si parla di Sindrome di Asperger. Ebbene, sono felice di poter dire che anche in questi ultimi anni ho instaurato delle ottime amicizie, più di quanto avessi mai fatto, alcune interne ed altre esterne alla scuola. Nel frattempo sono anche arrivate le prime vere cotte per le ragazze, di cui però non dirò una parola. C’è però da dire che gran parte della classe non mi è mai andata a genio: è composta principalmente da ragazze, e si sa che a quest’età le ragazze se possono parlar male di qualcuno lo fanno. Per carità, non sono tutte così, alcune si salvano, ma ovviamente la sfortuna di beccarmi un bello stormo di oche l’ho avuta io. Ai ragazzi invece, ad eccezione di qualche fenomeno da baraccone fortunatamente lasciato per strada alla fine della prima, sono sempre stato molto legato. Inoltre mi sono fatto dei nuovi amici e delle nuove amiche al di fuori della mia classe. Da questo punto di vista dunque non mi posso lamentare.

E’ giunto il momento di trarre le mie conclusioni. Questa è la mia storia legata alla sindrome di Asperger. Ho cercato di spiegarla più semplicemente possibile per non risultare troppo soporifero, e nel mio tipico modo di scrivere semplice, con frasi non troppo arzigogolate. Ma cosa vuole essere questa storia per i lettori? Un semplice racconto? No. Un’occasione per vantarmi dei miei progressi? Neanche. Ho accettato l’invito di raccontare me stesso per dare un messaggio di positività su questo argomento, ben consapevole però che il mio è un caso fortunato per quanto riguarda i soggetti affetti da sindrome di Asperger. Positività dunque, ma non false speranze. Ne approfitto quindi per mandare un messaggio ai genitori degli Asperger: cercate di non cedere davanti alle enormi difficoltà che questa malattia può dare ai vostri figli e di conseguenza a voi. E soprattutto non fate sì che il vostro comprensibile scoraggiamento in un momento simile vi porti ad affidarvi ai demenziali rimedi proposti da alcuni veri e propri ciarlatani da strapazzo, che usano il vostro stato d’animo per propinarvi i loro “rimedi” assurdi. Spero che un giorno la gente si svegli e capisca che dare in mano a questi pseudo-scienziati i propri figli è un vero e proprio pericolo. Allontanatevi dunque da loro: la speranza dei vostri figli parte da voi in quanto persone umane. Anche se non sono un medico, credo che un grandissimo toccasana per questa malattia  sia proprio l’interazione umana. Come faccio a dirlo con questa sicurezza? L’ho vissuto, e voi, avendo letto la mia storia, sapete che una volta incluso all’interno di un gruppo sociale la mia condizione è migliorata notevolmente. Cercate dunque di relazionarvi con i vostri figli il più possibile, e fate in modo che si inseriscano in un gruppo di coetanei in cui siano ben accetti. E qui dunque mi rivolgo alle persone estranee a questo mondo: non rifiutate questi individui, ma anzi cercate di accoglierli, perché sono sicuro che in qualche modo ne verrete ripagati. Nel momento in cui li emarginate, li state condannando inesorabilmente alla rovina. Ora nessuno dei miei amici sa del mio problema, ma tutti riconoscono il mio grande valore come persona. Ok, lo torno a dire: non per vantarmi, ma il mio livello è fuori dalla media. Ma se provate a seguire i miei consigli qualcosa si può comunque fare, la mia storia ne è un esempio. Spero dunque che questo libro vi sia piaciuto, e che possa essere preso positivamente da insegnamento.

Doverosi sono però i ringraziamneti finali. Grazie ai vari insegnanti di cui conservo un ottimo ricordo, sia ordinari che di sostegno; grazie a tutti gli amici che mi hanno permesso di diventare quello che sono; e, soprattutto, grazie ai miei genitori, da cui è partito tutto e che hanno fatto qualsiasi cosa per me, e grazie anche ai miei nonni, dei quali non sono riuscito purtroppo a parlare durante il racconto, ma che sono stati anch’essi fondamentali, dato che hanno aiutato moltissimo i miei e si sono presi cura di me quando i miei non riuscivano. A voi dedico questa mia parte di libro.

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